POETICA PITTORICA:
Non tutti gli artisti frequentano accademie, corsi di specializzazione o si mettono a bottega di un magister che li guidi nella loro formazione artistica ed AnnaChiara rientra in quel numero di pittori che scoprono la loro attitudine in modo “casuale”…
Le coincidenze non sono mai frutto del caso e quel “talento messo sottoterra” è emerso non appena l’artista ha ricevuto, in regalo, tutti “i ferri del mestiere”: tela, pennelli, colori ad olio e ha trovato l’occasione per mettersi in gioco, pur non sapendo da dove iniziare. Il pretesto di arredare la sua camera, dopo aver ottenuto una stanza tutta sua, ha permesso la nascita della sua prima opera, intitolata “Pendolo”, seguita, in breve tempo, da “Palco molle”.
Sarebbe fuori luogo tentare di imbrigliare il modus pingendi di Zin (si firma, alcune volte, così) attraverso dei confronti con artisti del passato o contemporanei, perché è lei stessa a dire che la sua fonte d’ispirazione non è la mimesis di opere che l’hanno preceduta, ma quella miniera invisibile di immagini e sensazioni, che appartengono a quel mondo interiore elaborato negli anni.
AnnaChiara è sempre stata un ragazza riflessiva, capace di estraniarsi dal mondo reale per seguire, come Alice nel “Paese delle meraviglie”, punti interrogativi che si formavano, già da adolescente, nella sua febbrile mente, causandole, a volte, disagio nelle relazioni sociali, denunciato in questa profonda e sincera affermazione: “La solitudine è una delle cose che mi spaventa di più, che mi fa affrontare la vita nel verso sbagliato…”
Ma sarà proprio questa lenta e sofferta meditazione introspettiva che forgerà il suo animo e consoliderà in lei alcuni “dogmi” che si rispecchiano nelle sue tele.
“Pendolo” può essere considerato il primo manifesto della poetica pittorica dell’artista, perché sintetizza perfettamente la sua idea dell’esistenza: al centro della tela troneggia, minacciosamente, un orologio gigante, al cui fulcro sono collegate due lunghe lancette da cui pendono la terra e la luna.
Non è esagerato parlare di una “rivoluzione zinconiana” secondo cui non è la terra a girare intorno al sole, come ci insegna la teoria tradizionale, ma Signore di tutto diventa il tirannico Kronos.
AnnaChiara dichiara, coraggiosamente, in “Libbro”: “Dopo tanta Filosofia e studio di filosofi, critici, improvvisatori, ciarlatani da quattro soldi, liberi professionisti, persone più strampalate che si spacciano per angeli guida, e premonitori di catastrofi universali, non riconosco più una mia “filosofia” […]. In questo insormontabile caos, ho deciso di ricominciare da zero, dal nulla, come se non avessi mai incontrato un professore di filosofia, o anche di letteratura…anzi, facciamo finta che io non abbia mai incontrato nessun “professore”, nessuno che mi potesse guidare nei cammini dei vari pensatori, nei diversi secoli della storia terrestre[…]”
(p. 1). Ed è proprio da questa categorica premessa che si assiste nella mente e nelle opere dell’artista ad una conflagrazione dell’universo in cui viviamo e alla creazione di una realtà parallela, in cui esistono nuove leggi: prima fra tutte, quella dell’INCERTEZZA che governa su tutto; viene abbattuto il muro di separazione tra la sfera del visibile e dell’invisibile e si percepisce, oltre i confini delle sue tele, una ricerca dell’infinito e dell’eternità, il più delle volte delusa dallo scontro con la vita reale.
A conferma di tutto ciò, notiamo sempre in “Pendolo”, sull’estremità destra, l’accostamento di due profili: la posizione ricorda un uomo che si sta specchiando e sembra che l’artista abbia condotto l’osservatore da una dimensione terrena ad una spirituale, accompagnandolo, attraverso il suo “occhio bionico”, ad esplorare il soprannaturale.
L’assenza di norme “umane” si coglie, inoltre, nella rappresentazione di due rampe di scale, una in salita, l’altra in discesa e collocate l’una sopra l’altra, quasi a voler sottolineare come la vita non abbia una direzione definita, ma il suo andamento sia condizionato, soprattutto, dall’imprevedibilità.
Nell’elaborare una sua “piccola filosofia”, AnnaChiara dice che: “l’incertezza è l’unica certezza che ho” e aggiunge, subito dopo, che la seconda certezza che ha trovato è quella “dell’attimo” ( l’istante presente, in cui tutto è in comunione ).
L’uomo riempito da questa incertezza scopre, inevitabilmente, l’ineluttabilità della sofferenza e della morte e rischia di trascorrere la propria esistenza, appeso a un’“altalena” invisibile, in attesa della sua fine. L’artista lo manifesta, in particolare, in due opere: “L’Altalena” e “Palco Molle” (si tratta, per quest’ultimo, di un quadro, in cui l’elemento segnico delle parole, ha una rilevanza notevole) in cui l’individuo, chiuso in un’atavica solitudine, indifferentemente spettatore o attore, recita il copione della sua vita, scritto da un’invisibile mano: quella di un regista-burattinaio, in un teatrino dall’instabile palcoscenico. Metafore, intriganti e profonde, che rivelano l’accentuata sensibilità dell’artista, che riversa, nelle sue tele, alcune delle risposte a quei martellanti interrogativi, che affollano la mente dell’adolescente, quando scopre di appartenere a un universo in cui non si sente padrone, ma ospite indesiderato. AnnaChiara, come Leopardi nel sonetto “L’infinito”, rincorre quel anelito di immenso, sentendo pulsare, nel suo intimo, la sete di una Felicità duratura, non effimera, senza ancora, però, averla sperimentata a piene mani.
Secondo l’artista, ciò che distingue ogni individuo è l’Anima, che sigilla nel corpo, limitato e uguale, sia nella esteriorità che nella funzionalità, la garanzia dell’unicità. Solo osservando “Autoritratto” è possibile cogliere questa Verità, certa ed incrollabile, in cui AnnaChiara crede: si rappresenta, infatti, identica, fisicamente agli altri esseri umani, ma concentra l’attenzione su quel braccio che sembra custodire e proteggere il suo cuore: scrigno prezioso dell’anima, che sente profondamente appartenerle e distinguerla dai suoi simili.
Questo tema sarà il leit-motiv, accanto ad altre scoperte e sperimentazioni, di una serie di opere, inaugurata nel 2003 e battezzata, a posteriori, con l’emblematico titolo “Linee essenziali”: si tratta di una tappa fondamentale nella produzione dell’artista, tanto da reiterare questa sua invenzione in un consistente numero di tele. La fonte d’ispirazione nasce dall’esigenza della pittrice, di fissare attimi presenti di movenze, rituali o quotidiane, che hanno risuonato nel suo animo, provocandole delle reazioni emotive, fortemente visibili anche nella scelta e nella stesura degli olii. Attraverso una perfetta e studiata combinazione di linee, vengono rappresentate morbide shiluettes, che fluttuano in uno spazio indeterminato. e L’essenzialità della materia spinge l’osservatore a riflettere sul significato di queste istantanee. L’artista ricorda che alcune di queste opere nascono in contesti famigliari come “Luca”, il “Baciamano” e il “Fumatore”, in cui l’occasione viene offerta dal mondo che la circonda: un collega universitario appoggiato su un muro della facoltà, la richiesta, da parte di una amica di un regalo e, infine, l’immagine della madre che fuma. Nonostante l’assenza di connotazione fisica dei personaggi, AnnaChiara coglie aspetti caratteriali e cristallizza desideri e abitudini, che sono parti ontologiche dell’essere, rendendo ogni uomo distinto e irripetibile, e affermando che una linea è sufficiente per cogliere la vera essenza: l’Anima!
In altre opere le linee si trasformano e si può assistere a una kafkiana metamorfosi: da uomo a scimmia, volendo dimostrare l’ambivalente natura dell’essere umano, che sente, dentro di sé, di possedere una natura ferina.
I colori sono una componente fondamentale di queste opere, amalgamandosi perfettamente con l’elegante gioco delle pennellate nere: a volte sembrano sussurrare all’orecchio dell’osservatore quei moti interni e profondi che palpitano sulla tela, altre volte urlano, improvvisando, sullo sfondo, una violenta lotta di sentimenti contrastanti. La pittura fortemente “espressionistica” di Zin parla e manifesta sentimenti quali rabbia, gioia, dolore, tristezza, delusione e malinconia, mescolandoli indistintamente e penetrando nei cuori degli spettatori.
AnnaChiara è una ragazza passionale, che vive fino in fondo le bellezze e le amarezze dell’esistenza. E’ generosa perché, senza timore, apre la sua anima, condividendo le esperienze personali che l’hanno segnata. Infatti, in alcune sue opere, rappresenta corpi scheletrici di donne, raggomitolate su se stesse, serrate in una dolorosa solitudine e sedute, come in castigo, in un angolo di una stanza. Il rosa pallido e il bianco sembrano suggerire l’assenza di vita, come se il flusso del sangue si fosse arrestato e quelle membra emaciate denunciassero un malessere interiore, forse autobiografico.
L’esperienza di questa giovane ragazza è una preziosa e rara testimonianza di pittura vissuta come un nobile strumento di comunicazione e di sincera e pura espressione del proprio essere, senza mettere veli alla propria creatività e fantasia.
Valeria Soraci